ANTONELLA RAVAGLI

Dalla poesia visiva al trash

 

19 novembre – 18 dicembre 2005

a cura di Giancarlo Bojani

Situare da subito Antonella Ravagli nel suo “habitat” naturale, e cioè nella sua terra d’origine che è Faenza, un luogo così fortemente connotato dalla ceramica e, da una ceramica così tanto “cesellata” per antica tradizione, non è soltanto o tanto anteporre un semplice dato anagrafico a un impatto critico.
Antonella Ravagli ha avuto a che fare con quella ceramica fin da giovane età. La compromissione è stata soltanto di attenta cronista, mentre il suo operare in quell’arte, in quel materiale, in quelle tecniche è stato sempre salvaguardato da scelte molto personali, coltivate in riservatezza, in una specie di riserva indiana di elementi ceramici essenziali, nella stigmatizzazione di argille nude con segni, impronte, impressioni, giunture, equilibri stabili, ricomposizione di frammenti, di rifiuti simulati.

L’operare dell’artista si sofferma sull’utilizzo degli scarti, dei detriti, sulla loro ricomposizione più o meno virtuale, comunque reinventata, qualche suggerimento può essere pervenuto dall’utilizzo per la storia della ceramica faentina dal cumulo dei frammenti da sterri e scavi, da fosse di rifiuti di cui la città e il museo hanno da più di un secolo fatto oggetto di culto, di analisi, studio e d’esibizione. Antonella opera un vero e proprio ribaltamento del naturalismo alle cui sponde si arrese Carlo Zauli. In tale direzione subito sono presenti nel suo operare indicazioni di “poesia visiva “e di “trash”, e assai prima che quest’ultimo fenomeno venisse finalmente, analiticamente connotato in anni si può dire ancora recenti da una magistrale Lea Vergine, con la mostra: “Trash: quando i rifiuti diventano arte”, svoltasi a Rovereto fra il 1997 e il 1998.